Era una domenica mattina di primavera inoltrata. Il vento scivolava dalla cima ancora innevata del monte Mucrone e spazzava la valle. L’aria era frizzante, il sole tiepido. Il cielo sembrava una volta dipinta: polvere di lapislazzuli macinati all’infinito da invisibili mani d’artista. Il torrente Cervo attraversava Biella e scorreva vorticoso; suggeriva un’idea positiva di futuro, mentre una coppia passeggiava lungo il corso d’acqua.
L’uomo aveva circa trent’anni, la donna era più giovane. Le loro mani si sfioravano appena, mentre lei si aggiustava il cappello mosso dal vento. Lui l’aiutava con gesti delicati; il padre era un fabbricante di cappelli, sapeva come fare. La vita era nelle loro mani e procedeva svelta come il torrente. A settembre si sarebbero sposati e poco dopo l’uomo avrebbe iniziato a lavorare in proprio; aveva già lasciato l’impiego presso la conceria Varale e stava allestendo i locali per la nuova ditta. L’anno era il 1905; i giovani protagonisti di quel piccolo mondo antico erano Lorenzo Chiorino e Flora Machetti.
Il paesaggio di fronte alla coppia era dominato dal grande lanificio della famiglia Sella, sulla riva destra del Cervo. Era forse il più grande tra i tanti stabilimenti tessili del territorio; ogni giovane biellese sapeva che dopo la scuola avrebbe trovato lavoro nel settore. Un destino già segnato. Lorenzo Chiorino aveva invece scelto un’altra strada. Era nato nel 1877 a Ponderano, un piccolo paese a sud della città. Aveva frequentato la scuola tecnica civica e subito dopo gli studi si era impiegato presso una conceria. A Biella la cultura del lavoro era come una seconda pelle, un abito da indossare tutti i giorni con disinvoltura; se non ci si occupava di tessuti, si praticava la concia del cuoio.
Lorenzo aveva tre fratelli e quattro sorelle. Il padre era un imprenditore e fabbricava appunto cappelli, ma possedeva anche terreni agricoli. La campagna garantiva la sopravvivenza delle famiglie ed era una risorsa preziosa anche per dialogare con le banche e ottenere prestiti. Terra e telai, si diceva del biellese: la campagna resisteva sullo sfondo della comunità, l’industria avanzava sempre più in primo piano.
Per comprendere la cultura del territorio e la sua vocazione tessile occorre fare un passo indietro: compiere un salto di duemila anni e tornare alle vittorie delle legioni romane oltre la Manica. Secondo alcuni studiosi fu proprio quello il momento chiave, quando durante il viaggio di ritorno un gruppo di audaci prigionieri scozzesi riuscì a fuggire. Erano pastori e tessitori: trovarono nella nuova terra una versione lieve del loro paesaggio abituale. Luoghi remoti, isolati da lunghi e rigidi inverni, ondulazioni del terreno ricoperte di acqua e prati. E poi viottoli sterrati e muretti in pietra a delimitare un mondo di greggi al pascolo e silenziosi pastori alla guida dei loro cani. Ogni famiglia possedeva le pecore, la lana, il telaio e le tinture.
Altri ritengono che le origini della comunità tessile biellese risalgano alle popolazioni celtiche, anch’esse impegnate nella pastorizia e nella tessitura mentre fronteggiavano le truppe dell’Impero Romano.
In ogni caso, intrecci di genti e culture nel corso dei secoli hanno annodato il filo della storia con i telai biellesi. In tutte le famiglie c’era chi allevava e chi tesseva; almeno un membro attivo esercitava l’arte della lana. L’industria tessile della seconda metà dell’Ottocento era un’altra cosa, certo, quelle però erano state le origini.
Ma cosa rendeva il territorio tanto adatto a quel tipo di lavorazioni?
Forse se lo domandava anche Lorenzo Chiorino, continuando a passeggiare con Flora verso il centro della città, lasciandosi alle spalle il torrente Cervo. Aveva lavorato per circa dieci anni in una conceria fondata addirittura alla metà del Settecento. I nuovi titolari l’avevano resa un’azienda moderna e si erano specializzati nella produzione di cinghie in cuoio per macchinari tessili. Lorenzo aveva imparato il mestiere ed era determinato a seguire lo stesso modello di impresa. Avrebbe anche lui prodotto cinghie in cuoio per telai tessili, ed era certo di poter fare meglio sia dei maestri sia dei concorrenti. Soprattutto era convinto che il lavoro sarebbe aumentato; i nuovi impianti erano strutture imponenti, un susseguirsi continuo di cilindri mossi da cinghie di cuoio che facevano scorrere il filo e intrecciavano la trama e l’ordito dei tessuti.
La scelta imprenditoriale di Lorenzo Chiorino avrebbe segnato anche le attività delle generazioni successive. Nel corso di centoventi anni di vita sarebbero cambiati i materiali, i prodotti, i mercati; non sarebbe mai mutata la decisione della famiglia di servire il mondo delle industrie, assicurando il moto delle macchine, il trasporto delle merci.